Recenti operazioni societarie hanno ravvivato polemiche che parevano estinte - la ricerca dell’Opa ottima - e suscitato idee e proposte legislative in materia di corporate governance.
L’ultimo esempio è il disegno di legge su controllo delle società quotate - per contrastare il fenomeno delle cosiddette scatole cinesi, presentato da importanti senatori della maggioranza - che si occupa di Opa e gruppi piramidali.
In sintesi, la Consob potrebbe ridurre la soglia che fa scattare l’Opa dall’attuale 30 % fino al 15%; comunque, in caso di trasferimento di pacchetti superiori al 15%, potrebbe imporre limiti all’indebitamento della società per un periodo fino a tre anni.
Il disegno di legge prevede poi misure, senza equivalenti al mondo, tendenti a smantellare scatole cinesi e piramidi:
a) penalizzazioni fiscali sui dividendi e limiti alla deducibilità degli interessi passivi per le società appartenenti alla stessa catena di controllo;
b) obbligo per le holding quotande di presentare piani di investimento e diversificazione secondo criteri stabiliti dalla Consob;
c) obbligo per le società quotate di quantificare nello statuto un limite all’indebitamento;
d) un meccanismo di limitazione dei diritti di voto delle holding piramidali, con effetti proporzionali alla separazione tra proprietà e controllo.
Conseguenze sul sistema: alcuni esempi.
la G. Agnelli & C Sapa, che detiene tramite la catena Ifi–Ifil il 30,18 % dei voti nelle assemblee ordinarie di Fiat, vedrebbe sterilizzati i diritti di voto eccedenti il proprio possesso integrato, pari al 9,16 per cento! La Fiat diventerebbe contendibile: una casa automobilistica estera o un fondo di private equity potrebbero conquistarne il controllo a un costo limitato (a prezzi del 13 giugno, poco più di 2 miliardi di euro), e senza nemmeno obbligo di Opa. Chi, per tranquillità, volesse comprare il 14,99 % (appena sotto la teorica nuova soglia Opa), dovrebbe sborsare circa 2,6 miliardi. Non un cattivo affare per il raider; ma dubbia sarebbe l’utilità per il piccolo azionista Fiat e sicuro il danno per grandi e piccoli azionisti di Ifi e Ifil. A meno che la famiglia Agnelli non arrotondi la propria quota in Fiat fino al 14,99 %, con effetti analoghi per i risparmiatori.
Lo stesso ragionamento varrebbe per pezzi importanti del nostro sistema industriale, sia privato che pubblico: gran parte dei gruppi De Benedetti (Cir, Espresso, Sogefi), Pesenti (Italcementi), Pirelli, ex Orlando (Intek-Kme), Finmeccanica (Ansaldo) ed Eni (Saipem e Snam Rete Gas) verrebbero via a prezzi di saldo.
La limitazione dei diritti di voto varrebbe perfino se nel gruppo vi fosse una sola quotata a valle di una piramide di non quotate. Ad esempio in Unipol – controllata al 51 % delle azioni ordinarie da Finsoe, a sua volta controllata al 70 % da Holmo – le cooperative perderebbero la maggioranza assoluta e la società diventerebbe scalabile, forse anche senza Opa (a seconda del trattamento riservato alle azioni privilegiate).
Nell’elenco dei most wanted non potevano mancare i patti di sindacato, anch’essi sterilizzati: l’applicazione pratica del meccanismo è problematica (cosa sterilizzare? Le quote dell’intero patto? O solo eventuali pattisti "piramidali"?) ma, se si trovasse una soluzione, nei"saldi di stagione" si troverebbero società come Telecom "post riassetto", Mediobanca e Rcs.
Simili provvedimenti, probabilmente, possono danneggiare gli azionisti di minoranza come e più delle piramidi che, come riconosciuto dal gruppo Winter (di cui faceva parte anche Guido Rossi), i gruppi sono una forma fisiologica di organizzazione. E talvolta si formano strutture piramidali, anche nelle società non quotate: ad esempio, per via di acquisizioni; o per segregare un’attività, magari con soci che non intendono (o non si vuole far) partecipare all’intero business. Ciò è coerente con principi di economicità e diversificazione del rischio, e non implica l’intento di raggirare le minoranze.
Il discorso è in parte diverso per le piramidi di società quotate: qui l’asimmetria informativa con i risparmiatori può spingere a costruire strutture per mantenere il controllo nei livelli inferiori della piramide con un investimento personale limitato. In Italia il fenomeno, diffuso in anni passati, è ormai molto limitato. Anzitutto, è stato chiuso il rubinetto: le Ipo di società appartenenti a gruppi già quotati si sono assai ridotte, per lo scarso gradimento del mercato. Quanto alle scatole cinesi (che – è bene ricordarlo – non sono semplici holding di partecipazioni, ma società-marsupio quotate con attivo costituito dalla partecipazione in una sola altra società quotata), sono virtualmente sparite. Il regolamento di Borsa italiana impedisce la quotazione di nuove scatole. Il mercato prezza tali strutture: i principali investitori istituzionali, anche internazionali, ne posseggono quote significative. A fronte della severa disciplina introdotta dalla Consob nel 2002 sulle operazioni con parti correlate, non risultano sanzioni. Accorpamenti, cessioni e delisting hanno molto ridotto la complessità dei gruppi quotati; tali fenomeni, unitamente alla frequente conversione delle azioni di risparmio in ordinarie, hanno ridotto la separazione tra proprietà e controllo. Le società quotate stand-alone (che non controllano, né sono controllate, da altre quotate) sono raddoppiate tra il 1978 e il 2003, salendo da 97 - pari al 48 % del totale - a 188, pari al 72 % del totale. I gruppi piramidali (contenenti due o più società quotate controllate a cascata) erano e restano una trentina.
Insomma, le piramidi sono state costruite nell’antichità. Ma sono strutture che durano a lungo. Si può impedire (ed è già stato fatto) la costruzione di nuove piramidi; e il mercato crea forti incentivi ad abbassarle. Lo stesso governatore della Banca d’Italia, dopo aver riconosciuto che è la pressione del mercato ad aver ridotto la complessità dei gruppi - e non le nuove regole fiscali e di trasparenza - ha affermato che è "soprattutto la concreta applicazione delle norme sulle operazioni infragruppo e sulla tutela degli azionisti di minoranza che va ancora rafforzata": non certo la definizione di nuove regole. Smantellare le piramidi per legge richiede invece un’atomica giuridica – che produrrebbe solo un bel mucchio di macerie (con i risparmiatori sotto!).
giovedì 13 settembre 2007
lunedì 20 agosto 2007
L'auto ad aria è... volata via
Eolo, la vettura che avrebbe fatto a meno della benzina è stata fatta sparire. Perché?
VIVAMO IN UN MONDO DOVE CI VOGLIONO FAR CREDERE CHE IL PETROLIO E' IMPORTANTE QUANTO L'ACQUA
Guy Negre, ingegnere progettista di motori per Formula 1, che ha lavorato alla Williams per diversi anni, nel 2001 presentava al Motorshow di Bologna una macchina rivoluzionaria: la "Eolo" (questo il nome originario dato al modello), era una vettura con motore ad aria compressa, costruita interamente in alluminio tubolare,fibra di canapa e resina, leggerissima ed ultraresistente.
Capace di fare 100 Km con 0,77 euro, poteva raggiungere una velocità di110 Km/h e funzionare per più di 10 ore consecutive nell'uso urbano. Allo scarico usciva solo aria, ad una temperatura di circa -20°, che veniva utilizzata d'estate per l'impianto di condizionamento.
Collegando Eolo ad una normale presa di corrente, nel giro di circa 6 ore il compressore presente all'interno dell'auto riempiva le bombole di aria compressa, che veniva utilizzata poi per il suo funzionamento. Non essendoci camera di scoppio né sollecitazioni termiche o meccaniche la manutenzione era praticamente nulla, paragonabile a quella di una bicicletta. Il prezzo al pubblico doveva essere di circa 18 milioni delle vecchie lire, nel suo allestimento più semplice.
Qualcuno l'ha mai vista in Tv?Al Motorshow fece un grande scalpore, tanto che il sito www.eoloauto.it venne subissato di richieste di prenotazione, la produzione doveva partire all'inizio del 2002: si trattava di pazientare ancora pochi mesi per essere finalmente liberi dalla schiavitù della benzina, dai rincari continui, dalla puzza insopportabile, dalla sporcizia, dai costi di manutenzione, da tutto un sistema interamente basato sull'autodistruzione di tutti per il profitto di pochi.
Insomma l'attesa era grande, tutto sembrava essere pronto, eppure stranamente da un certo momento in poi non si hanno più notizie. Il sito scompare, tanto che ancora oggi l'indirizzo www.eoloauto.it risulta essere in vendita. Questa vettura rivoluzionaria, che, senza aspettare 20 anni per l'idrogeno (che costerà alla fine quanto la benzina e ce lo venderanno sempre le stesse compagnie) avrebbe risolto OGGI un sacco di problemi, scompare senza lasciare traccia.
Come stanno oggi le cose?
Il progettista di questo motore rivoluzionario ha stranamente la bocca cucita, quando gli si chiede il perché di questi ritardi continui. I 90 dipendenti assunti in Italia dallo stabilimento produttivo sono attualmente in cassa integrazione senza aver mai costruito neanche un'auto. I dirigenti di Eolo Auto Italia rimandano l'inizio della produzione a data da destinarsi, di anno in anno.
Quali considerazioni si possono fare su questa deprimente vicenda?
Certamente viene da pensare che le gigantesche corporazioni del petrolio non vogliano un mezzo che renda gli uomini indipendenti. La benzina oggi, l'idrogeno domani, sono comunque entrambi guinzagli molto ben progettati. Una macchina che non abbia quasi bisogno di tagliandi nè di cambi olio, che sia semplice e fatta per durare e che consumi soltanto energia elettrica, non fa guadagnare abbastanza!
Quindi deve essere eliminata, nascosta insieme a chissà cos'altro... dove non possa far danno ed intaccare la grossa torta delle grandi compagnie del petrolio e le case costruttrici, senza che "l'informazione" ufficiale dica mai nulla, presa com'è a scodinzolare mentre divora le briciole sotto al tavolo....
VIVAMO IN UN MONDO DOVE CI VOGLIONO FAR CREDERE CHE IL PETROLIO E' IMPORTANTE QUANTO L'ACQUA
Guy Negre, ingegnere progettista di motori per Formula 1, che ha lavorato alla Williams per diversi anni, nel 2001 presentava al Motorshow di Bologna una macchina rivoluzionaria: la "Eolo" (questo il nome originario dato al modello), era una vettura con motore ad aria compressa, costruita interamente in alluminio tubolare,fibra di canapa e resina, leggerissima ed ultraresistente.
Capace di fare 100 Km con 0,77 euro, poteva raggiungere una velocità di110 Km/h e funzionare per più di 10 ore consecutive nell'uso urbano. Allo scarico usciva solo aria, ad una temperatura di circa -20°, che veniva utilizzata d'estate per l'impianto di condizionamento.
Collegando Eolo ad una normale presa di corrente, nel giro di circa 6 ore il compressore presente all'interno dell'auto riempiva le bombole di aria compressa, che veniva utilizzata poi per il suo funzionamento. Non essendoci camera di scoppio né sollecitazioni termiche o meccaniche la manutenzione era praticamente nulla, paragonabile a quella di una bicicletta. Il prezzo al pubblico doveva essere di circa 18 milioni delle vecchie lire, nel suo allestimento più semplice.
Qualcuno l'ha mai vista in Tv?Al Motorshow fece un grande scalpore, tanto che il sito www.eoloauto.it venne subissato di richieste di prenotazione, la produzione doveva partire all'inizio del 2002: si trattava di pazientare ancora pochi mesi per essere finalmente liberi dalla schiavitù della benzina, dai rincari continui, dalla puzza insopportabile, dalla sporcizia, dai costi di manutenzione, da tutto un sistema interamente basato sull'autodistruzione di tutti per il profitto di pochi.
Insomma l'attesa era grande, tutto sembrava essere pronto, eppure stranamente da un certo momento in poi non si hanno più notizie. Il sito scompare, tanto che ancora oggi l'indirizzo www.eoloauto.it risulta essere in vendita. Questa vettura rivoluzionaria, che, senza aspettare 20 anni per l'idrogeno (che costerà alla fine quanto la benzina e ce lo venderanno sempre le stesse compagnie) avrebbe risolto OGGI un sacco di problemi, scompare senza lasciare traccia.
Come stanno oggi le cose?
Il progettista di questo motore rivoluzionario ha stranamente la bocca cucita, quando gli si chiede il perché di questi ritardi continui. I 90 dipendenti assunti in Italia dallo stabilimento produttivo sono attualmente in cassa integrazione senza aver mai costruito neanche un'auto. I dirigenti di Eolo Auto Italia rimandano l'inizio della produzione a data da destinarsi, di anno in anno.
Quali considerazioni si possono fare su questa deprimente vicenda?
Certamente viene da pensare che le gigantesche corporazioni del petrolio non vogliano un mezzo che renda gli uomini indipendenti. La benzina oggi, l'idrogeno domani, sono comunque entrambi guinzagli molto ben progettati. Una macchina che non abbia quasi bisogno di tagliandi nè di cambi olio, che sia semplice e fatta per durare e che consumi soltanto energia elettrica, non fa guadagnare abbastanza!
Quindi deve essere eliminata, nascosta insieme a chissà cos'altro... dove non possa far danno ed intaccare la grossa torta delle grandi compagnie del petrolio e le case costruttrici, senza che "l'informazione" ufficiale dica mai nulla, presa com'è a scodinzolare mentre divora le briciole sotto al tavolo....
lunedì 6 agosto 2007
Finanza creativa
Le banche. Non c’è limite alla loro finanza creativa.
O, meglio, il limite c’è, è il crack, la bolla, la crisi dei mercati.
Quando i risparmiatori perdono tutto, allora la creatività lascia il posto alle analisi degli economisti che spiegano bene e in dettaglio, ma sempre dopo.
Le banche, soprattutto americane, applicano da anni un meccanismo infernale sui mutui. Funziona così.
La banca concede il mutuo a persone a rischio. Mutui “subprime” per i quali non si verifica la fonte di reddito di chi li chiede (mutui “Alt-a”, dati con una semplice dichiarazione).
Più mutui, più soldi per le banche. La banca guadagna sugli interessi del mutuo, ma il rischio è alto perchè chi ha contratto il mutuo potrebbe non pagare (alta % di persone insolvibili).
E allora?
Le banche "risolvono" i loro problemi vendendo i debiti.
Come?
I mutui in vendita vengono "impacchettati" in fondi di investimento e prendono il nome di Cdo, (Obbligazioni collateralizzate di debito).
Conseguenze?
In pratica per le banche c'è un triplo guadagno: dal mutuo, dal fondo e dall’eliminazione del rischio.
I Cdo possono essere stati inseriti in teoria in qualunque fondo. L’ignaro acquirente potrebbe scoprirlo nei prossimi giorni... infatti, il valore del mercato immobiliare statunitense è in caduta libera da mesi, gli americani non riescono a pagare più le rate, i fondi vanno a picco...
E’ il capitalismo del debito... Quello che inventa le ricchezze e distrugge i risparmiatori!
Fonte: www.beppegrillo.it
O, meglio, il limite c’è, è il crack, la bolla, la crisi dei mercati.
Quando i risparmiatori perdono tutto, allora la creatività lascia il posto alle analisi degli economisti che spiegano bene e in dettaglio, ma sempre dopo.
Le banche, soprattutto americane, applicano da anni un meccanismo infernale sui mutui. Funziona così.
La banca concede il mutuo a persone a rischio. Mutui “subprime” per i quali non si verifica la fonte di reddito di chi li chiede (mutui “Alt-a”, dati con una semplice dichiarazione).
Più mutui, più soldi per le banche. La banca guadagna sugli interessi del mutuo, ma il rischio è alto perchè chi ha contratto il mutuo potrebbe non pagare (alta % di persone insolvibili).
E allora?
Le banche "risolvono" i loro problemi vendendo i debiti.
Come?
I mutui in vendita vengono "impacchettati" in fondi di investimento e prendono il nome di Cdo, (Obbligazioni collateralizzate di debito).
Conseguenze?
In pratica per le banche c'è un triplo guadagno: dal mutuo, dal fondo e dall’eliminazione del rischio.
I Cdo possono essere stati inseriti in teoria in qualunque fondo. L’ignaro acquirente potrebbe scoprirlo nei prossimi giorni... infatti, il valore del mercato immobiliare statunitense è in caduta libera da mesi, gli americani non riescono a pagare più le rate, i fondi vanno a picco...
E’ il capitalismo del debito... Quello che inventa le ricchezze e distrugge i risparmiatori!
Fonte: www.beppegrillo.it
venerdì 27 luglio 2007
Scatole, patti e scalate
La vicenda Telecom ha avviato un intenso dibattito sul governo delle società quotate italiane.
Gli interventi si sono concentrati attorno a tre punti critici:
a) presenza di gruppi piramidali e scatole cinesi,
b) controllo tramite patti di sindacato,
c) debolezza della normativa sull’Opa.
Sono intervenuti sia il Parlamento, con una proposta di disegno di legge depositata al Senato, sia il presidente della Consob. Seppur con toni diversi, ambedue gli interventi riconoscono che la struttura di gruppo e i patti di sindacato creano problemi sia sul fronte della contendibilità delle società sia su quello della tutela delle minoranze: il mercato da solo e gli attuali strumenti di tutela delle minoranze non sono sufficienti.
Problemi.
Si è osservato, a ragione, che i gruppi si sono progressivamente ridotti e che le scatole cinesi (società esclusivamente finanziarie) sono quasi scomparse: eppure esse presidiano il controllo di pezzi importanti del capitalismo italiano (Fiat, Pirelli, Espresso, Italcementi, eccetera) e rispuntano all’occorrenza (come nel caso Telecom). Anche l’argomento secondo cui la Borsa avrebbe chiuso i rubinetti non permettendo la loro quotazione convince solo in parte: scatola cinese si diventa dopo la quotazione e non si nasce, come accadde alla Olivetti con Telecom. Sul fronte dei patti di sindacato l’evoluzione è negativa: oramai un quarto del listino è governato da patti di sindacato, che nella maggioranza dei casi si occupano della gestione dell’impresa (fanno il mestiere del cda). Infine, negli ultimi anni non si osservano segni di maggiore contendibilità delle società quotate.
I problemi dunque esistono: vediamo come si potrebbe risolverli.
Soluzioni possibili
Scatole cinesi. Occorre distinguere i gruppi piramidali dalle scatole cinesi. Nel primo caso, una società quota in Borsa una sua controllata operativa (è il caso di Generali con Banca Generali e Alleanza), nel secondo caso si viene a costruire una catena di società, a monte della quale ci sono società puramente finanziarie. Siamo di fronte a una libera organizzazione dell’attività produttiva che può avere
- una motivazione virtuosa (quotare una società per permetterle di reperire risorse per finanziare la crescita)
- una motivazione opportunistica: controllare una società con poco capitale. Questo secondo tratto è tipico delle scatole cinesi piuttosto che dei gruppi piramidali. Nel controllo tramite scatole cinesi, e in minor misura nella struttura di gruppo, si annidano anche conflitti di interesse.
Si argomenta che le scatole cinesi sono un modo - come i patti di sindacato e le azioni risparmio - per separare proprietà e controllo. È vero: ma rispetto a questi strumenti, la loro portata in termini di leva tra diritti di voto e di controllo è deflagrante.
Si deve provare a disincentivare il ricorso alle scatole cinesi e non ai gruppi piramidali indistintamente.
La disincentivazione può avvenire:
- con la minaccia di sterilizzazione dei diritti di voto;
- rafforzando la trasparenza su operazioni in conflitto di interessi.
La seconda strada è preferibile in quanto è difficile distinguere una scatola cinese da un gruppo piramidale. L’azione proposta da Consob tuttavia deve essere invasiva e sostanziale e non meramente formale, come spesso si sono rivelate le proposte a tutela delle minoranze.
Patti di sindacato. Sono espressione della libera organizzazione degli azionisti, abolirli è impresa ardua. Bisogna però evitare che si occupino della gestione delle imprese esautorando gli organi preposti (cda e assemblea) e arrecando potenzialmente un danno agli azionisti di minoranza. Si deve disincentivarli imponendo vincoli forti di trasparenza sul loro operato e sulla loro relazione con il cda, requisiti di trasparenza e indipendenza sull’operato dei cda in presenza di fumus di conflitto di interesse. Non ci si può limitare a provvedimenti formali.
Opa. Ogni norma in materia di scalate di borsa si trova a perseguire due diversi obiettivi che sono in contrasto tra loro:
- tutelare l’azionista di minoranza;
- favorire la contendibilità delle imprese.
Una soglia bassa per il lancio dell’Opa obbligatoria (sulla totalità delle azioni) tutela gli azionisti di minoranza che partecipano al premio di maggioranza, ma limita la contendibilità delle imprese in quanto rende molto onerosa l’operazione passaggio di controllo e non sono possibili i passaggi di controllo surrettizi (sotto la soglia). La direttiva europea ha introdotto uno sbilanciamento a favore degli azionisti di minoranza prevedendo che l’Opa obbligatoria sia lanciata al prezzo massimo a cui lo scalatore ha acquistato i titoli: la regolamentazione precedente, con un prezzo pari alla media ponderata tra quello degli acquisti e quello di mercato, rendeva invece conveniente l’operazione. A seguito della nuova normativa è facile attendersi un aumento di operazioni sotto il 30% con passaggi di pacchetti azionari che permettono di esercitare il controllo. Per contrastarli si potrebbe abbassare la soglia dell’Opa dal 30 al 20% per le imprese a maggiore capitalizzazione favorendo al contempo la contendibilità delle società attraverso incentivi all’utilizzo dell’Opa preventiva parziale (strumento poco utilizzato nei fatti per i vincoli imposti).
Occorre anche rafforzare la vigilanza sugli acquisti di ‘‘concerto’’ e sulle operazioni che coinvolgono l’utilizzo di derivati.
In conclusione i problemi esistono; interventi di tipo regolamentare, piuttosto che per legge, sono preferibili, ma debbono essere efficaci e non solo formali. Appellarsi all’agire del mercato, che opera con tempi lunghi, e al ‘‘mito’’ della tutela degli azionisti di minoranza, non basta più.
Gli interventi si sono concentrati attorno a tre punti critici:
a) presenza di gruppi piramidali e scatole cinesi,
b) controllo tramite patti di sindacato,
c) debolezza della normativa sull’Opa.
Sono intervenuti sia il Parlamento, con una proposta di disegno di legge depositata al Senato, sia il presidente della Consob. Seppur con toni diversi, ambedue gli interventi riconoscono che la struttura di gruppo e i patti di sindacato creano problemi sia sul fronte della contendibilità delle società sia su quello della tutela delle minoranze: il mercato da solo e gli attuali strumenti di tutela delle minoranze non sono sufficienti.
Problemi.
Si è osservato, a ragione, che i gruppi si sono progressivamente ridotti e che le scatole cinesi (società esclusivamente finanziarie) sono quasi scomparse: eppure esse presidiano il controllo di pezzi importanti del capitalismo italiano (Fiat, Pirelli, Espresso, Italcementi, eccetera) e rispuntano all’occorrenza (come nel caso Telecom). Anche l’argomento secondo cui la Borsa avrebbe chiuso i rubinetti non permettendo la loro quotazione convince solo in parte: scatola cinese si diventa dopo la quotazione e non si nasce, come accadde alla Olivetti con Telecom. Sul fronte dei patti di sindacato l’evoluzione è negativa: oramai un quarto del listino è governato da patti di sindacato, che nella maggioranza dei casi si occupano della gestione dell’impresa (fanno il mestiere del cda). Infine, negli ultimi anni non si osservano segni di maggiore contendibilità delle società quotate.
I problemi dunque esistono: vediamo come si potrebbe risolverli.
Soluzioni possibili
Scatole cinesi. Occorre distinguere i gruppi piramidali dalle scatole cinesi. Nel primo caso, una società quota in Borsa una sua controllata operativa (è il caso di Generali con Banca Generali e Alleanza), nel secondo caso si viene a costruire una catena di società, a monte della quale ci sono società puramente finanziarie. Siamo di fronte a una libera organizzazione dell’attività produttiva che può avere
- una motivazione virtuosa (quotare una società per permetterle di reperire risorse per finanziare la crescita)
- una motivazione opportunistica: controllare una società con poco capitale. Questo secondo tratto è tipico delle scatole cinesi piuttosto che dei gruppi piramidali. Nel controllo tramite scatole cinesi, e in minor misura nella struttura di gruppo, si annidano anche conflitti di interesse.
Si argomenta che le scatole cinesi sono un modo - come i patti di sindacato e le azioni risparmio - per separare proprietà e controllo. È vero: ma rispetto a questi strumenti, la loro portata in termini di leva tra diritti di voto e di controllo è deflagrante.
Si deve provare a disincentivare il ricorso alle scatole cinesi e non ai gruppi piramidali indistintamente.
La disincentivazione può avvenire:
- con la minaccia di sterilizzazione dei diritti di voto;
- rafforzando la trasparenza su operazioni in conflitto di interessi.
La seconda strada è preferibile in quanto è difficile distinguere una scatola cinese da un gruppo piramidale. L’azione proposta da Consob tuttavia deve essere invasiva e sostanziale e non meramente formale, come spesso si sono rivelate le proposte a tutela delle minoranze.
Patti di sindacato. Sono espressione della libera organizzazione degli azionisti, abolirli è impresa ardua. Bisogna però evitare che si occupino della gestione delle imprese esautorando gli organi preposti (cda e assemblea) e arrecando potenzialmente un danno agli azionisti di minoranza. Si deve disincentivarli imponendo vincoli forti di trasparenza sul loro operato e sulla loro relazione con il cda, requisiti di trasparenza e indipendenza sull’operato dei cda in presenza di fumus di conflitto di interesse. Non ci si può limitare a provvedimenti formali.
Opa. Ogni norma in materia di scalate di borsa si trova a perseguire due diversi obiettivi che sono in contrasto tra loro:
- tutelare l’azionista di minoranza;
- favorire la contendibilità delle imprese.
Una soglia bassa per il lancio dell’Opa obbligatoria (sulla totalità delle azioni) tutela gli azionisti di minoranza che partecipano al premio di maggioranza, ma limita la contendibilità delle imprese in quanto rende molto onerosa l’operazione passaggio di controllo e non sono possibili i passaggi di controllo surrettizi (sotto la soglia). La direttiva europea ha introdotto uno sbilanciamento a favore degli azionisti di minoranza prevedendo che l’Opa obbligatoria sia lanciata al prezzo massimo a cui lo scalatore ha acquistato i titoli: la regolamentazione precedente, con un prezzo pari alla media ponderata tra quello degli acquisti e quello di mercato, rendeva invece conveniente l’operazione. A seguito della nuova normativa è facile attendersi un aumento di operazioni sotto il 30% con passaggi di pacchetti azionari che permettono di esercitare il controllo. Per contrastarli si potrebbe abbassare la soglia dell’Opa dal 30 al 20% per le imprese a maggiore capitalizzazione favorendo al contempo la contendibilità delle società attraverso incentivi all’utilizzo dell’Opa preventiva parziale (strumento poco utilizzato nei fatti per i vincoli imposti).
Occorre anche rafforzare la vigilanza sugli acquisti di ‘‘concerto’’ e sulle operazioni che coinvolgono l’utilizzo di derivati.
In conclusione i problemi esistono; interventi di tipo regolamentare, piuttosto che per legge, sono preferibili, ma debbono essere efficaci e non solo formali. Appellarsi all’agire del mercato, che opera con tempi lunghi, e al ‘‘mito’’ della tutela degli azionisti di minoranza, non basta più.
martedì 17 luglio 2007
Come vanno le cose in Italia?
Ecco, in sintesi, le riflessioni di Mario Draghi...
In un contesto di ripresa dell’attività produttiva, la situazione dei conti pubblici è nettamente migliorata. Il disavanzo strutturale resta tuttavia rilevante e non garantisce una rapida flessione del peso del debito, necessaria ad affrontare per tempo la sfida derivante dall’invecchiamento della popolazione.
Il Dpef prevede per il 2008 una manovra di bilancio che non migliora il disavanzo tendenziale misurato a legislazione vigente. La manovra dovrà tuttavia includere interventi sulla spesa volti a finanziare oneri, ancora non inclusi nella legislazione, che derivano da impegni presi dal governo o sono necessari per proseguire le politiche in corso.
Gli interventi correttivi necessari per raggiungere il pareggio di bilancio sono rinviati al triennio 2009-2011; in particolare, circa la metà è programmata per il 2011, ultimo anno della legislatura!
La fase congiunturale favorevole avrebbe consentito di accelerare il riequilibrio dei conti.
La pressione fiscale si colloca in prossimità dei valori massimi degli ultimi decenni (anche se viene ribadito l’impegno a contenere e gradualmente diminuire il carico fiscale).
La definizione di un programma di incisiva riduzione del prelievo darebbe sostegno alle politiche volte a elevare il potenziale di crescita della nostra economia.
Il Dpef indica come prioritario il controllo della qualità e della quantità della spesa pubblica:
la riduzione del disavanzo e il contenimento del prelievo richiedono un forte rallentamento dell’espansione della spesa primaria corrente, che anche nel 2007 resta elevata e superiore ai livelli inizialmente programmati.
Il governo sta realizzando interventi volti a dare sostegno agli anziani in condizioni di disagio economico. Nella situazione demografica che si prospetta per i prossimi decenni, solo scelte coraggiose volte a elevare l’età media effettiva di pensionamento possono consentire di erogare pensioni di importo adeguato. Le scelte in materia previdenziale sono cruciali nell’assicurare un riequilibrio duraturo dei conti pubblici in un contesto in cui – secondo le stime dell’Istat – il rapporto tra ultrasessantenni e popolazione in età da lavoro, pari al 42 % nel 2005, raggiungerebbe il 53 % nel 2020 e l’83 %nel 2040.
L’aumento delle pensioni di importo più basso appena definito dal governo mira ad alleviare la situazione di disagio economico in cui si trova un’ampia fascia di anziani.
L’erogazione di pensioni di importo adeguato a un numero crescente di anziani è la sfida da affrontare nei prossimi anni.
Le risposte, in Italia come in tutti i paesi avanzati, sono sostanzialmente due: aumentare gradualmente l’età media effettiva di pensionamento e sviluppare le forme previdenziali complementari.
Un incentivo a protrarre l’età lavorativa, in linea con l’aumento delle aspettative di vita, deriverà dalla piena applicazione dell’impianto del regime contributivo introdotto nel 1995: il rafforzamento del legame fra contributi e prestazioni migliora il sistema di incentivi, riduce le differenze tra categorie di lavoratori, permette flessibilità nella scelta dell’età di pensionamento. In questa direzione si stanno muovendo anche gli altri paesi che fronteggiano problemi demografici simili ai nostri.
Come si rileva nel Dpef, è necessario ampliare l’orizzonte temporale di riferimento dell’azione pubblica: ridurre il debito pubblico e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale devono essere il primo investimento dello Stato a favore dei giovani e delle generazioni future!
In un contesto di ripresa dell’attività produttiva, la situazione dei conti pubblici è nettamente migliorata. Il disavanzo strutturale resta tuttavia rilevante e non garantisce una rapida flessione del peso del debito, necessaria ad affrontare per tempo la sfida derivante dall’invecchiamento della popolazione.
Il Dpef prevede per il 2008 una manovra di bilancio che non migliora il disavanzo tendenziale misurato a legislazione vigente. La manovra dovrà tuttavia includere interventi sulla spesa volti a finanziare oneri, ancora non inclusi nella legislazione, che derivano da impegni presi dal governo o sono necessari per proseguire le politiche in corso.
Gli interventi correttivi necessari per raggiungere il pareggio di bilancio sono rinviati al triennio 2009-2011; in particolare, circa la metà è programmata per il 2011, ultimo anno della legislatura!
La fase congiunturale favorevole avrebbe consentito di accelerare il riequilibrio dei conti.
La pressione fiscale si colloca in prossimità dei valori massimi degli ultimi decenni (anche se viene ribadito l’impegno a contenere e gradualmente diminuire il carico fiscale).
La definizione di un programma di incisiva riduzione del prelievo darebbe sostegno alle politiche volte a elevare il potenziale di crescita della nostra economia.
Il Dpef indica come prioritario il controllo della qualità e della quantità della spesa pubblica:
la riduzione del disavanzo e il contenimento del prelievo richiedono un forte rallentamento dell’espansione della spesa primaria corrente, che anche nel 2007 resta elevata e superiore ai livelli inizialmente programmati.
Il governo sta realizzando interventi volti a dare sostegno agli anziani in condizioni di disagio economico. Nella situazione demografica che si prospetta per i prossimi decenni, solo scelte coraggiose volte a elevare l’età media effettiva di pensionamento possono consentire di erogare pensioni di importo adeguato. Le scelte in materia previdenziale sono cruciali nell’assicurare un riequilibrio duraturo dei conti pubblici in un contesto in cui – secondo le stime dell’Istat – il rapporto tra ultrasessantenni e popolazione in età da lavoro, pari al 42 % nel 2005, raggiungerebbe il 53 % nel 2020 e l’83 %nel 2040.
L’aumento delle pensioni di importo più basso appena definito dal governo mira ad alleviare la situazione di disagio economico in cui si trova un’ampia fascia di anziani.
L’erogazione di pensioni di importo adeguato a un numero crescente di anziani è la sfida da affrontare nei prossimi anni.
Le risposte, in Italia come in tutti i paesi avanzati, sono sostanzialmente due: aumentare gradualmente l’età media effettiva di pensionamento e sviluppare le forme previdenziali complementari.
Un incentivo a protrarre l’età lavorativa, in linea con l’aumento delle aspettative di vita, deriverà dalla piena applicazione dell’impianto del regime contributivo introdotto nel 1995: il rafforzamento del legame fra contributi e prestazioni migliora il sistema di incentivi, riduce le differenze tra categorie di lavoratori, permette flessibilità nella scelta dell’età di pensionamento. In questa direzione si stanno muovendo anche gli altri paesi che fronteggiano problemi demografici simili ai nostri.
Come si rileva nel Dpef, è necessario ampliare l’orizzonte temporale di riferimento dell’azione pubblica: ridurre il debito pubblico e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale devono essere il primo investimento dello Stato a favore dei giovani e delle generazioni future!
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