giovedì 7 giugno 2012

Europe's crisis can't be solved by austerity



Fiscal profligacy did not cause the sovereign debt crisis engulfing Europe, and fiscal austerity will not solve it. On the contrary, such austerity has aggravated the crisis and now threatens to bring down the euro and throw the global economy into another tailspin.

In 2007, Spain and Ireland were models of fiscal rectitude, with far lower debt-to-GDP ratios than Germany had. Investors were not worried about default risk on Spanish or Irish sovereign debt, or about Italy's chronically large sovereign debt. Indeed, Italy boasted the lowest deficit-to-GDP ratio in the eurozone, and the Italian government had no problem refinancing at attractive interest rates. Even Greece, despite its rapidly eroding competitiveness and increasingly unsustainable fiscal path, could attract the capital that it needed.

Deluded by the convergence of bond yields that followed the euro's launch, investors fed a decade-long private-sector credit boom in Europe's less developed periphery countries, and failed to recognize real-estate bubbles in Spain and Ireland, and Greece's slide into insolvency. When growth slowed sharply and credit flows collapsed in the wake of the Great Recession, budget revenues plummeted, governments were forced to socialise private-sector liabilities, and fiscal deficits and debt soared.

With the exception of Greece, the deterioration in public finances was a symptom of the crisis, not its cause. Moreover, the deterioration was predictable: history shows that the real stock of government debt explodes in the wake of recessions caused by financial crises.

But austerity is not working; indeed, it is counterproductive. In the short to medium term, fiscal consolidation – whether in the form of cutting government spending or increasing revenues – results in lower output and employment, which means lower tax collection, higher deficits, and escalating debt relative to GDP. Savvy investors, like frustrated voters, recognize that low growth and high unemployment actually enlarge deficits and add to debt in the short run. That is why, after more than two years, interest rates are rising, not falling, in countries crushed by onerous austerity measures.

Greece is caught in a classic debt trap, as the interest rate on its public debt has soared beyond its growth rate by a considerable margin; Spain is teetering on the brink. Austerity in Europe has confirmed the International Monetary Fund's warning that overdoing fiscal consolidation weakens economic activity, undermines market confidence, and diminishes popular support for adjustment.

In the long run, many eurozone countries, including Germany, require fiscal consolidation in order to stabilise and reduce their debt-to-GDP ratios. But the process should be gradual and backloaded – with much of the consolidation coming after Europe's economies have returned to a sustainable growth path.

Italian prime minister Mario Monti and French president François Hollande are right: Europe needs bold, co-ordinated policies to promote growth, along with market-based structural reforms to foster competition and an easing of fiscal targets until output and employment recover.

But how can significant new growth initiatives be financed? The reality is that the rest of Europe cannot succeed in restoring growth without Germany, and Germany remains wedded to the austerity cure.

With a modest fiscal deficit, record-low borrowing costs, and a huge current-account surplus, Germany has the financial firepower to unleash a significant stimulus.

Despite pleas from the IMF and the OECD, Germany also remains implacably opposed to eurobonds, which could ease the funding constraints of other eurozone members and bolster the resources of the European Stability Mechanism, which currently does not provide a credible firewall against a run on Spanish or Italian sovereign debt – or on the European banks that hold it. Indeed, the worsening banking crisis, with deposits fleeing from the eurozone periphery, is further strangling Europe's growth prospects.

It is probably too late to save Greece. But a shift toward policies to promote growth, supported by the easing of deficit targets and the issuance of eurobonds, is essential to bring Europe back from the brink of sustained recession, to stabilise Europe's financial markets, and to prevent another significant disruption to global capital markets.


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Fonte: Theguardian

mercoledì 6 giugno 2012

Bankitalia, le tre parole chiave sulla crisi




Questo lo scenario a tinte cupe delineato dal Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che in occasione delle sue prime considerazioni finali si è concentrato sullo stato di salute delle banche e dello Stato italiano.

Ecco le sue tre principali proposte.

Diminuire la pressione fiscale.
Sul fronte del risanamento dei conti, pur tessendo le lodi all’azione finora svolta dall’attuale esecutivo, Visco ha ricordato che "si è pagato il prezzo di un innalzamento della pressione fiscale a livelli oramai non compatibili con una crescita sostenuta". E che tale l'inasprimento "non può che essere temporaneo". La sfida ora si sposta su un altro piano: "Occorre trovare oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale". Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, ha aggiunto il numero uno di Palazzo Koch, "i tagli non comprometteranno la crescita" e "potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi". Del resto, ha sottolineato, i margini disponibili per ridurre il debito "anche con la dismissione di attività in mano pubblica", vanno utilizzati pienamente.

Banche: più controlli dei rischi.
Gli istituti di credito italiani devono cambiare l’attuale modello di crescita della redditività e devono intervenire "sul costo del lavoro", le "remunerazioni" dei vertici, la rete delle filiali e il numero dei componenti dei cda che nei primi 10 gruppi vede ben 1.136 cariche. Inoltre, il Governatore ha chiesto un "un più attento controllo dei rischi" da parte delle banche, che impone anche "profitti più bassi ma più stabili di quelli del decennio precedente alla crisi", ricordando però il forte sostegno dato dagli istituti al debito sovrano italiano: gli acquisti netti dei titoli di Stato nei primi 3 mesi 2012, infatti, sono stati pari a 70 miliardi di euro.

Riforme.
Il paese, ha detto Visco, non può chiedere uno sforzo finanziario aggiuntivo ai suoi imprenditori, senza che venga a loro assicurata "una semplificazione dell'ambiente normativo in cui operano". Su questo fronte il Governatore di Bankitalia ha rilanciato il tema delle riforme strutturali, necessarie per rimettere in moto il Paese e il cui percorso va proseguito "con energia accresciuta e visione ampia", soprattutto nei settori dell'istruzione, della giustizia e della sanità.

Dunque... Inutile farsi troppe illusioni: per l'Italia il 2012 non potrà che concludersi sotto il segno della recessione, con una caduta del Pil contenuta intorno all'1,5%, mentre l’Eurozona, per salvarsi, dovrà mostrare la volonta "irremovibile" di preservare la moneta unica. 

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Fonte: Panorama.it

venerdì 15 aprile 2011

Euribor e tassi Bce in salita, che cosa cambia per i mutui

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La lunga pausa espansiva orchestrata dalla Banca centrale europea è terminata. Al suo posto, sono in arrivo una serie di mini-strette che dovrebbero portare il costo del denaro intorno al 3% nell'arco dei prossimi 2-3 anni. Che siamo entrati in una fase di politica monetaria restrittiva lo ha indicato la stessa Bce che - dopo il rialzo dei tassi giovedì 7 aprile dall'1 all'1,25%, il primo da luglio 2008 - non ha escluso altre strette di qui a fine anno (tra le previsioni più accreditate fra gli esperti l'ipotesi è di un doppio rialzo, sempre da un quarto di punto: uno a luglio e il secondo entro dicembre, oppure a inizio 2012).

Che siamo entrati in una fase di politica monetaria restrittiva lo indicano anche i future sull'Euribor a 3 mesi che proiettano questo indicatore - amato e odiato da chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile - intorno al 3% nel 2014.

Insomma, complice lo spauracchio dell'aumento dell'inflazione (il cui controllo entro la soglia del 2% resta l'obiettivo primario dell'attività della Banca centrale europea) e una lenta armonizzazione del quadro macroeconomico europeo (dopo la pesante recessione del 2009) il costo del denaro ha iniziato un cammino (seppur lento) verso la normalizzazione intorno alla media storica degli ultimi 10 anni, ovvero verso il traguardo del 3 %

Mutuo variabile: che fare?

Ne consegue, che i soggetti che sono alle prese con il rimborso di un mutuo a tasso variabile dovranno prepararsi a pagare rate via via più care. Il periodo di vacche grasse (con Euribor e tassi Bce ai minimi storici e rate ridotte ai minimi termini) è terminato. Ciò non vuol dire che la nuova fase che si sta aprendo sia, di riflesso, allarmante (posto che le banche non ne approfittino per aumentare gli spread). Questo perché i tassi restano decisamente più bassi della media storica (3%) e prima che vi arrivino - dando una sbirciata al mercato dei future - ci vorranno ancora almeno un paio d'anni.

Tutto, trattandosi di macroeconomia, è legato al quadro congiunturale dell'Eurozona: più forte sarà la ripresa, maggiore sarà la spinta verso la normalizzazione dei tassi... e viceversa.

Nel frattempo, il consiglio per chi sta rimborsando un mutuo a tasso variabile (prima di valutare un eventuale passaggio al fisso, attraverso lo strumento della surroga con un altro istituto qualora non vada in porto il tentativo di rinegoziazione con il proprio) è quello di effettuare uno stress test sulla rata del mutuo, ipotizzando come questa evolverebbe in ragione di vari ritocchi al rialzo (che probabilmente ci attendono).

Quanto aumenterà la tua rata? A questo proposito si è sviluppato un calcolatore per individuare quale impatto avrà sulle prossime rate l'aumento di 25 punti del tasso Bce annunciato dall'istituto di Francoforte nel direttivo del 7 aprile. Impatto che, a livello generale, potrebbe attestarsi intorno al 2,5% (aumento peraltro anticipato dall'andamento degli Euribor che hanno inglobato la stretta con una decina di giorni di anticipo). Per effettuare il calcolo della nuova rata è sufficiente inserire debito residuo, tasso applicato nell'ultima rata e durata residua del prestito ipotecario.

Allo stesso tempo chi, orientativamente, si appresta a stipulare un nuovo mutuo può dare un'occhiata a questa simulazione che proietta la variazione delle rate nell'eventualità di più strette, con tassi Bce fino al 3,5 %. Oggi il parametro a 3 mesi - a cui è agganciata la maggior parte dei nuovi mutui a tasso variabile erogati - si è portato all'1,33%, sui livelli di maggio 2009. Si tratta del 20esimo rialzo consecutivo per l'Euribor, l'indice che esprime il tasso di interesse interbancario a cui le banche si prestano capitali fra loro, fissato ogni giorno, dal lunedì al venerdì, dall'European Banking Federation alle ore 11.

Mutuo a tasso fisso che fare?

Chi ha intenzione di surrogare un variabile a fisso o di stipulare un nuovo mutuo a tasso fisso deve tener conto che anche gli Eurirs - i tassi a cui sono agganciate le rate dei mutui fissi - sono in risalita. Questo perché la risalità dei tassi fa risalire anche i rendimenti del Bund tedesco al cui andamento sono indirettamente collegati gli Eurirs. L'indice a 20 anni è balzato al 4,07% (rispetto al 3,9% del mese scorso e al 2,67% di fine agosto). Si tratta di un valore vicinissimo alla media di questo parametro degli ultimi 10 anni (4,12%). Pertanto, affidandosi alla statistica, si ricava che i mutui a a tasso variabile sono ancora a sconto (Euribor all'1,32% rispetto a una media del 3%), mentre quelli a tasso fisso si stanno attestando su una sorta di "fair value virtuale", un valore corretto ipotetico.

Quindi, al netto di eventuali spropositati spread o alti costi impliciti, in questa fase i mutui a tassi fisso (che in molti casi hanno superato il tasso finale del 5%) risultano più cari di circa 250-300 punti base rispetto ai variabili (che viaggiano intorno al 2,5% ma sono destinati a salire e via via ad annullare questo forte vantaggio iniziale).


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Fonte: Sole24Ore

giovedì 6 gennaio 2011

Obiettivo 2011: riavviare un circolo virtuoso


La prima metà del 2011 sarà decisiva per l'euro. Tra gennaio e la primavera sarà messa alla prova la capacità di tutti i paesi critici di finanziarsi sul mercato a costi sostenibili. Già nelle prossime quattro settimane bisognerà collocare titoli governativi della zona euro per 80-100 miliardi. Gli ultimi giorni del 2010 hanno visto tassi in aumento anche sui titoli italiani.

Per tutti nei prossimi mesi ci saranno difficoltà, turbolenze e delusioni. Ma alla fine dovrebbe prevalere la principale lezione del 2009-2010: i costi politici e finanziari di un fallimento della moneta unica sono troppo alti perché i governi - anche quello tedesco - non continuino a intervenire. Lo faranno tuttavia imponendo delle "condizioni" che rendano tollerabili i costi degli aiuti per i paesi finanziatori e che li garantiscano dal non ripetersi di rischi di insolvenza in futuro.

Grecia, Irlanda e Portogallo saranno isolati finanziariamente attraverso le risorse già previste dagli ultimi Consigli europei e da quelle che è in grado di muovere la Banca centrale europea. Entro il 2013 dovranno ridurre gli squilibri e le inefficienze rendendo credibile il finanziamento dei loro debiti.

Per l'Italia, che finora è ben riuscita a tenersi al riparo dalla crisi più acuta, le implicazioni del dopo-crisi sono molto impegnative, vanno al cuore della vita pubblica e dovrebbero rappresentare la piattaforma di ogni riflessione politica.
Spagna, Italia e Belgio dovranno rassicurare da sé i mercati, con impegni fiscali stringenti per la riduzione nel medio termine del debito pubblico. I meccanismi di risoluzione della crisi saranno resi permanenti, ma a essi si aggiungeranno sistemi di sorveglianza che terranno d'occhio in ogni paese oltre alla finanza pubblica anche l'andamento dei prezzi, il costo del lavoro, gli indici di produttività e gli squilibri con l'estero.

Dentro questa cornice c'è il quadro attuale dell'Europa con i paesi attorno alla Germania e nel nord che hanno riformato i mercati, aperto i confini, investito in conoscenza e che crescono al 3-4%, e gli altri paesi che invece arrancano. Questi ultimi devono aumentare la produttività e possono farlo in due modi diversi: riforme oppure deflazione.

E l'Italia?

L'Italia è messa molto meglio della Grecia, è vero, ma la natura delle sfide non è molto diversa: analoga la perdita di competitività, analoghi i volumi del debito pubblico in rapporto al Pil. Anche se le imprese e le famiglie italiane sono molto più solide di quelle greche, le ricette politiche non sono tanto diverse. Dall'autunno inoltre sono un po' peggiorate le previsioni di crescita dell'economia italiana e ultimamente è aumentato il costo di finanziamento del debito. Il governo si è impegnato a ridurre il disavanzo dal 5% del Pil al 2,7% entro il 2012 (si tratterebbe del punto di svolta per il debito che dal 2013 tornerebbe a scendere sul Pil) ma se davvero la crescita dovesse essere più debole del previsto anche le entrate fiscali ne risentiranno.
In questo senso i due problemi italiani - alto debito e bassa crescita - si legano: le gravi debolezze strutturali hanno portato a una severa perdita di competitività e a tassi di crescita poco sopra lo zero e questo rende difficile ridurre il debito. In un certo senso l'aggiustamento interno alla struttura dei prezzi è in corso da dieci anni in Italia: la differenza tra la forte perdita di competitività misurata in termini di costo del lavoro e quella molto minore in termini di prezzi all'export rivela che all'interno della società italiana sono in atto profondi conflitti tra lavoro ufficiale e lavoro non ufficiale, tra settori emersi e sommersi, tra attività domestiche e quelle esposte alla concorrenza internazionale, tra risorse che servono solo a controllare il consenso di oggi e quelle necessarie agli investimenti del domani. È la via conflittuale alla sopravvivenza italiana nella globalizzazione.

Quella che è una sensazione di confusione, un disegno impressionistico, è in realtà proprio la vera fotografia del paese. Grecia e Irlanda ne usciranno grazie all'Europa, ma di fatto sospendendo la democrazia rappresentativa e sostituendola - con un gradimento dei cittadini, si badi, molto maggiore del previsto - con organismi tecnici: la Commissione europea, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale.

Era in fondo una facile profezia: la crisi finanziaria sarebbe diventata una crisi economica e questa a sua volta avrebbe prodotto una crisi della società che, se non fosse stata affrontata con coraggio, avrebbe infine prodotto una crisi della politica. Il 2011 è l'ultimo anno per evitarlo.


Bye


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Fonte: LaVoce.it

martedì 14 dicembre 2010

L'Europa alla svolta...



Qual'è la situazione economica in Europa? La Grecia ha un problema di bilancio, l’Irlanda ha un problema di banche, il Portogallo ha un problema di debito privato mentre la Spagna ha un cocktail di tutti e tre.

Anche se le cause differiscono, le implicazioni sono le stesse: ora tutti devono sopravvivere a "dolorosi" tagli di spesa.

Come?

Il modello standard volto ad attenuare gli effetti dell’austerità prevede di conciliare i tagli alla spesa domestica con la svalutazione della valuta (la svalutazione rende le esportazioni più competitive, e consente di sostituire la domanda interna compressa con la domanda esterna). Tuttavia, non avendo una valuta nazionale da deprezzare, tutti questi paesi devono sostituire la svalutazione esterna con la svalutazione interna.

E come?

"Tagliando" salari, pensioni e altre spese, al fine di ottenere lo stesso miglioramento di competitività necessario per rimpiazzare la domanda interna con quella esterna.

Seppur dolorosa, sembra la soluzione "migliore"...

Resta però una variabile economica che non si coniuga con le altre: il debito pubblico e privato. Il valore dei debiti governativi resta elevato, e anche i debiti bancari risultano consistenti.

Quindi?

Siamo di fronte una contraddizione fondamentale per la strategia di svalutazione interna: più i paesi riducono salari e costi, più pesanti saranno i debiti in eredità... a fronte di un maggiore peso del debito, devono essere attuati ulteriori tagli alla spesa pubblica e una maggiore pressione fiscale. Si rende quindi necessaria una maggiore svalutazione interna, che aumenta ulteriormente il peso debitorio, e così via, in una viziosa spirale al ribasso che porta a una depressione.

Possibili soluzioni?

Per attuare una svalutazione interna efficace è necessario ridurre il valore dei debiti (dove rappresentano già un peso notevole). Occorrerebbe ristrutturare i debiti governativi, convertire i debiti delle banche in azioni (e, laddove le banche siano insolventi, annullarli) e infine bisognerebbe annullare i debiti derivanti dai mutui.

I policymakers sono comprensibilmente restii a intraprendere tale strada (i contratti sono sacrosanti!) e i governi temono di perdere credibilità con i mercati finanziari (nei quali le obbligazioni sono detenute da stranieri - in particolari da banche straniere - e annullarli potrebbe destabilizzare altri paesi).

Queste sono obiezioni ragionevoli, ma le alternative a disposizione sono la svalutazione esterna e interna e i leader europei devono scegliere o l’una o l’altra.Se sono concordi nell’escludere la svalutazione esterna, la svalutazione interna richiede però una ristrutturazione del debito, e negarla è tanto irragionevole quanto illogico.

I meccanismi di ristrutturazione del debito sono semplici: i governi possono offrire una serie di nuovi bond pari al valore parziale delle loro esistenti obbligazioni: i detentori di bond possono scegliere tra obbligazioni par, con un valore pari ai bond esistenti ma con una scadenza maggiore e un tasso di interesse inferiore, e obbligazioni discount con una scadenza inferiore e un tasso di interesse più elevato, ma con un valore inferiore a quello dei bond esistenti. Non è nulla di trascendentale.

Sono tre però i prerequisiti fondamentali per raggiungere il successo:

il primo: i detentori di bond dovranno essere rassicurati sul fatto che i nuovi bond siano sicuri. Qualcuno deve garantire che tali bond siano adeguatamente coperti da garanzie collaterali (Fondo monetario internazionale e il governo tedesco?)

Il secondo: i paesi devono muoversi all’unisono, altrimenti, la ristrutturazione di un paese intensificherà le probabilità che altri entreranno in crisi, dando vita a un contagio.

Infine, il terzo: le banche che assorbono le perdite come conseguenza di tali ristrutturazioni dovranno rinforzare i propri bilanci.

Ora arriva la parte difficile.
Tutto questo lavoro richiede una leadership: i leader tedeschi devono riconoscere che le banche del proprio paese sono pericolosamente esposte ai debiti della periferia europea. Devono convincere i propri elettori che utilizzare denaro pubblico allo scopo di fornire sweeteners per la ristrutturazione dei debiti e di ricapitalizzare le banche è essenziale ai fini della strategia di svalutazione interna, a loro avviso, necessaria anche per i paesi vicini.
In sintesi, i leader d’Europa – soprattutto tedeschi – devono portare avanti l’idea che l’alternativa a tutto ciò sia... una crisi irreversible dell'Area Euro. Realmemnte irreversibile!


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Fonte: ilsole24ore